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Cronaca del Convegno sul Motu proprio Summorum Pontificum

Dal 16 al 18 ottobre 2009, si è tenuto a Roma, a pochi passi dal Vaticano, nella ricorrenza del 2° anniversario del Motu proprio Summorum Pontificum, “II Convegno sul Motu proprio Summorum Pontificum di S.S. Benedetto XVI. Un dono per tutta la Chiesa”, organizzato dall’associazione Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum e dal gruppo laicale Giovani e Tradizione e moderato dall'animatore e fondatore delle due realtà ecclesiali: il teologo domenicano padre Vincenzo Nuara.

Il Convegno vero e proprio, tenutosi sabato 17 è stato preceduto, venerdì 16, da un ritiro per sacerdoti con la guida di Mons. Athanasius Schneider. La folta presenza di sacerdoti e seminaristi, religiosi e religiose, che si distinguevano per la loro giovane età, è stata un eloquente indicatore degli attuali “segni dei tempi” nel senso di un ritorno alle radici della fede, della dottrina e della spiritualità cristiana.

Sabato 17 ottobre, dopo la Santa Messa nella forma straordinaria, celebrata da mons. Athanasius Schneider, padre Nuara ha introdotto i lavori, iniziati col canto del Veni Creator, in una sala strapiena, con gente in piedi, mentre molti sono stati costretti a seguire da aule laterali. Egli ha sottolineato come dalla promulgazione del Motu proprio la vita di molti dei presenti è cambiata, ma non ha passato sotto silenzio la situazione difficile in ordine all’applicazione del testo pontificio, richiamando tuttavia il valore ascetico della sofferenza per una giusta causa: proprio dalle pene patite nel silenzio e nell’abbandono dai sacerdoti e dai fedeli legati toto corde al Rito di Sempre è segnato il momento presente in attesa degli sviluppi futuri.

Padre Nuara ha posto l'interrogativo se uomini di Chiesa possono rifiutare la Messa in rito antico, affermando che se ciò avviene è un grande problema per la Chiesa. Ma spesso, dove Vescovi e parroci la rifiutano, si ottiene il risultato di spingere i giovani (laici e sacerdoti) ad amarla e a praticarla. Ci sono comunque grandi segni di speranza, in particolare il sorgere di nuove vocazioni per la Messa nel Rito Romano.

La prima conferenza è stata quella del vescovo Schneider sul tema della “Sacralità e bellezza della Liturgia nei Santi Padri”.

Inizia con la constatazione dell'avvenuto scardinamento di un sistema e degli eventi complessi che richiede una ricezione corretta del Concilio, nella consapevolezza che la Riforma parte dalla Liturgia correttamente intesa e vissuta e dalla purificazione dello spirito e non dalla creatività frenetica e fanatica: questo è il cuore del problema. Le prove, come quella che stiamo vivendo, sono strumenti di grazia di cui Dio si serve per unirci al Sacrificio del Suo Figlio, purifica la Sposa, le nostre anime. È il tempo dell'offerta... per rimeritare ciò che è stato abbandonato o rifiutato con leggerezza e superficialità. Semi di vita: la Croce, l'amore oblativo, la comunione ecclesiale. Mons. Athanasius Schneider ha sottolineato che in ogni caso si torna alle origini, non indietro: questa è vera Tradizione, che è la forza di un organismo vivente; ma “fare riferimento alle fonti patristiche non deve essere archeologismo liturgico” e si è soffermato in particolare sugli scritti di Clemente I (I. sec.), sulla Passio Perpetuae et Felicitatis (II-III sec., Africa Settentrionale) e sull’Anafora di S. Giacomo (III-IV sec., antica tradizione liturgica di Gerusalemme, madre di tutte le comunità cristiane): queste tre fonti rappresentano quella omogeneità liturgica che si esprime fin dai tempi apostolici e sub-apostolici. Negli scritti di Clemente I si trova già il termine ordo da cui deriva l’espressione ordo missae. Nell’Anafora di S. Giacomo si afferma che al momento del Sanctus tutta l’assemblea liturgica canta insieme agli angeli; la bocca dei Serafini canta incessantemente la teologia (nel senso di parlare di Dio e cantare la Sua gloria). Anche la dossologia (culto esterno) deve essere fortemente teocentrica: infatti è necessario anzitutto “essere orientati a Dio e alla Sua gloria, adorare la maestà di Dio in una dimensione di verticalità, trascendenza, adorazione, prostrazione (in greco proskýnesis)”; così “la liturgia è simultaneamente umana e divina, dove l’umano è orientato e subordinato al divino”. I Serafini, ai quali si unisce l’assemblea liturgica, cantano, dunque, incessantemente la teologia: ciò si ritrova anche nella Costituzione Sacrosanctum Concilium (n. 83), che recita: “Il culto cattolico è un culto razionale (in greco logiké latréia)”. Noi siamo cooperatori, umili lavoratori nella vigna, che custodiscono un dono inestimabile in vasi fragili e, come lo scriba della Scrittura prendiamo dal Tesoro Nova et Vetera. Il culto dovuto a Dio deve essere consapevole della santità divina e questa nozione fondante e imprescindibile è presente fin dai testi liturgici più antichi che ci vengono dalla Tradizione e, soprattutto nel Sanctus, ci vedono in comunione spirituale con gli Angeli che coinvolge tutta la creazione. In pratica, l’esatto opposto di ciò che la moda liturgica prevalente, intrisa di valori umanistici e intramondani, antropocentrici, ci vorrebbe imporre da 40 anni a questa parte. Il simbolismo e la gestualità sono fondamentali per una retta comprensione del mistero celebrato, che fin dall’Apocalisse appare modellato sulla Liturgia celeste.

La relazione seguente è stata quella del prof. Roberto de Mattei, sul tema della “Cattolicità e Romanità della Chiesa nell’ora presente” [qui]. Lo storico romano ha presentato una sintesi del significato di Roma e della romanità all’interno della visione cattolica del mondo. La romanitas non è una nota aggiuntiva e di secondario valore per definire la vera Chiesa di Dio, anzi essa appare strettamente interconnessa alla cattolicità. È per questo che i nemici della Chiesa sono nemici anche della romanità e della latinità. La modernità, inaugurata dall’anti-romanesimo luterano, registra due fenomeni speculari e convergenti: da un lato si vuole “purificare” il cristianesimo dalla romanità, come vorranno tutte le sette protestanti, il giansenismo, e poi il modernismo e il neo-modernismo; dall’altro si esalta Roma, per farne una sorta di idolo in funzione anti-cattolica: si pensi qui a Federico II, a Machiavelli, al ghibellinismo, ai giacobini e al nazionalismo laico otto-novecentesco. Il Prof. Roberto De Mattei ha spiegato in modo mirabile come “nella romanità si riassume in modo visibile il Corpo Mistico di Cristo”: per questo motivo è necessario continuare ad usare la denominazione “Santa Chiesa Cattolica Romana”, citando S. Prospero di Aquitania e S. Leone Magno, per i quali è stata la Provvidenza a scegliere Roma quale sede della Cattedra di S. Pietro: da Roma il Cristianesimo poteva così irradiarsi in modo più facile e ampio seguendo le antiche strade dell’Impero. S. Tommaso d’Aquino condivide tutto ciò e aggiunge che Gesù non è nato a Roma ma a Betlemme perché doveva esprimere la Sua potenza nascendo in un luogo umile. Anche S. Caterina da Siena, richiamando Gregorio XI a Roma da Avignone, ribadì che “la Sede di Roma è il Principio e il Fondamento della nostra Fede”. Nella Pastor Aeternus si riafferma ciò che fu stabilito nel 1439 al Concilio di Firenze e cioè che il “Romano Pontefice è superiore a tutto il creato” e quindi agli stessi Concilii. Da qualche tempo purtroppo sono in atto due processi concentrici: la “de-romanizzazione” della Chiesa e la “de-cristianizzazione” di Roma, i quali confluirono nel Risorgimento italiano per poi riemergere nel Post-concilio: in verità, conclude il Prof. De Mattei, soltanto lo “spirito romano” è in grado di trasmettere il sensus Ecclesiae.

Sono seguite due brevi ma dense comunicazioni del Vice Presidente della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, dom Michael John Zielinski, e di mons. Valentino Miserachs Grau, Presidente del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Essi hanno sottolineato con accenti di vibrante consapevolezza e passione l’importanza per l’Arte sacra e per la musica di Chiesa del legame con la tradizione liturgica latina e gregoriana: quindi hanno criticato molte delle recenti evoluzioni artistiche e musicali, che di fatto occultano la sacralità del culto cristiano, che lo rende innanzitutto culto autentico al Signore e vitale per la spiritualità dei fedeli. In particolare:
L’abate Michael John Zielinski ha sottolineato come l’arte sacra debba essere sempre a servizio della liturgia. Sono pertanto deprecabili tutti gli orientamenti antropocentrici e antropomorfi che hanno influenzato negli ultimi tempi l’arte sacra, anche a causa dello sganciamento di quest’ultima dalla liturgia cattolica.
Mons. Miserachs Grau ha evidenziato che l’antiromanità, di cui era a suo parere pervasa la commissione che redasse il documento post-conciliare Musicam sacram, ha determinato la rottura con il patrimonio musicale della Tradizione. S. Pio X scrisse nel motu proprio Inter sollicitudines del 22 novembre 1903, che “il canto gregoriano è vincolo formidabile di unità cattolica”. Il 22 novembre 2003 Giovanni Paolo II emanò il chirografo “Mosso da viva gratitudine” a ricordare l’attuale validità del documento scritto cent’anni prima dal Suo venerato predecessore S. Pio X: purtroppo quel chirografo di Giovanni Paolo II non sembra aver avuto quella risposta che il Pontefice stesso auspicava.

Dopo il pranzo, è intervenuto mons. Guido Pozzo, neo Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, che con accenti chiari e decisi ha ribadito l’importanza della liturgia tradizionale per la continuità dottrinale cattolica rilevando che l’applicazione del Motu proprio dovrà continuare ad estendersi, pur in presenza delle difficoltà tuttora in atto.

È seguita la relazione di padre Stefano M. Manelli, fondatore dei Francescani dell’Immacolata, una delle più giovani e promettenti famiglie della “riforma francescana”. Il saggio e ieratico vegliardo ha sviluppato una lunga accorata analisi del rapporto inscindibile tra la vita religiosa e la liturgia, le quali simul stabunt vel simul cadent. La decadenza liturgica attuale, più volte segnalata da Benedetto XVI, ha influito certamente sul calo delle vocazioni sacerdotali e religiose e anche sul decadimento di monasteri, conventi e istituti un tempo fiorenti. La decisione dei Francescani dell’Immacolata di tornare alla messa e all’ufficio liturgico tradizionale sta dando frutti preziosi, sia per la vita spirituale delle comunità maschili e femminili che in termini di vocazioni. Padre Manelli sottolinea che, proprio grazie al Motu proprio i religiosi in primis debbono riprendere gli antichi usi liturgici e ascetici, che li costituiscono come sante oasi di cui si fa sempre più impellente il bisogno e soprattutto essi diventano sempre di più ciò che realmente sono: il cuore pulsante della Chiesa e della sua presenza nel mondo ma non del mondo, per il bene di tutta l'umanità.

L’ultima relazione è stata tenuta da mons. Brunero Gherardini, illustre esponente della “Scuola romana” e recentemente autore del testo Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, che rappresenta una importante messa a punto sul corretto inquadramento dei documenti conciliari. Egli ha ricordato che il Motu proprio si proietta ben al di là della condizione storica di cui costituisce una “sanatio”, traendo la sua giustificazione e alimentandosi nel terreno in cui affondano le radici: Tradizione come ininterrotta inalterata fedeltà della Chiesa al proprio atto di nascita, ai suoi principi vitali. Con cristallina chiarezza e profondità teologica, mons. Gherardini ha mostrato l’antitesi tra la “tradizione vivente” – di conio modernista, storicista e soggettivistico, che esclude la continuità e sancisce una rottura sempre nuova, perché “vivente” non è la tradizione, ma il principio che la neutralizza – e la “ermeneutica teologica evolutiva”, perché Tradizione e fissità non stanno insieme. Infatti chiunque voglia dare un nome ai criteri interpretativi di cui si avvale deve farlo secundum normas teologicae interpretationis; il che esclude tutti i criteri immanentistici antropocentrici e storicisti post illuministi che si ispirano al sentimentalismo, al romanticismo e forniscono di volta in volta unicamente risposte a domande contingenti, pretendendo di conformare il dogma e la dottrina alle molteplici variazioni del fragile pensiero umano, anziché ancorarli alla Divina Rivelazione. L’ermeneutica teologica definita della “continuità evolutiva”, esclude tutti quei criteri immanentistici che si sono imposti, dall’Illuminismo ad oggi, sia alla filosofia che alla teologia. Gli Apostoli ci hanno lasciato quanto da Cristo avevano ricevuto ratione ecclesiae, non i carismi personali ma le verità riguardanti la Fede e la Chiesa. Successio et Traditio: al successor viene trasmesso un deposito di cui diventa custos et traditor, ossia custode e trasmettitore di quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est. Tradizione da tradere: trasmettere, consegnare, comunicare; il che implica l’atto, il contenuto, l’Autorità che trasmette la sapienza metabolizzata dalle più lontane generazioni consegnata alla presente da consegnare alle future. Paolo a Timoteo afferma che la grazia ricevuta con l'imposizione delle mani lo abilita a trasmettere la verità ricevuta a uomini 'sicuri'. Ecco già in atto la catena della successione apostolica. Tertulliano parla di trasmissione della 'semente apostolica'. I Padri la chiamano Traditio Dominica o Traditio Apostolica “lo Spirito Santo vi ricorderà tutte le cose che vi ho insegnato io” (Gv 14, 26). L’insufflatio dello Spirito non ha per oggetto una o più, ma “quaecumque dixero vobis”: tutte le cose, acquisizioni sempre più approfondite, nova et vetera (Gv 16,13).

Notazione particolare: caratteristica comune delle relazioni, ognuna delle quali può essere definita "magistrale", è stata la densità e la profonda luminosa ricchezza dei contenuti e dell'esposizione degli intervenuti, che ha lasciato ogni volta il moderatore, notoriamente molto abile nel condensare e focalizzare i tratti più significativi, letteralmente senza parole, proprio perché qualunque commento avrebbe spezzato l'incanto. Soltanto il silenzio, gravido di gratitudine e di gioia spirituale, ha permesso ai convenuti di iniziare a custodire, dopo esserne stati copiosamente inondati, i fiumi di Grazia riversati su di loro. Era, netta, la percezione di trovarsi nel cuore della vera Chiesa. Il seguito: tutto da vivere, nel Signore.

I lavori sono stati chiusi da Padre Nuara, che ha ringraziato i partecipanti ed ha espresso la sua gioia con le parole del salmista: «Quid retribuam Domino pro omnibus quae retribuit mihi?», rilevando con gioiosa gratitudine che il Convegno è parso come una grazia di Dio e la sua riuscita come un vero miracolo.

Al termine della giornata, i numerosi convegnisti si sono ritrovati nella cappella per intonare il Canto del Te Deum, e ricevere la benedizione Eucaristica, impartita da Mons. Camille Perl, segretario uscente dell'Ecclesia Dei, recentemente confluita nella Congregazione per la Dottrina della Fede.

Domenica 18 ottobre i convegnisti hanno avuto la gioia di partecipare alla Santa Messa pontificale, celebrata da mons. Raymond Leo Burke, Prefetto della Segnatura Apostolica, nella Basilica di san Pietro.

Alla Messa conclusiva, come del resto già durante tutto il convegno, erano presenti moltissimi sacerdoti diocesani nonché membri di tutti gli Istituti che usano del messale antico: dalla Fraternità san Pietro all’Istituto di Cristo Re, dai Francescani dell’Immacolata all’Istituto del Buon Pastore, oltre alla figura ben nota di mons. Perl e quelle di altri Prelati. Ne emerge, chiara, l’unità della “famiglia cattolica tradizionale”, pur tra tante difficoltà. La cronaca di questo evento non può tacere la suggestione e la solennità della "processione regale" - composta da un centinaio tra Pastori, Sacerdoti e Ministranti - che ha percorso longitudinalmente la Basilica tra due ali di folla trattenuta dai gendarmi, dalla sacrestia fino alla Cappella dell'Adorazione, sia in apertura che a conclusione della Celebrazione. Era la prima volta, dopo 40 anni, in S. Pietro.

I convegnisti si sono poi ritrovati sulla P.za S. Pietro - accompagnati da Mons. Burke e Mons. Scnheider, Fr. Nuara - dove, all’Angelus, il Santo Padre li ha salutati menzionando il Convegno e suggellando così l’importante evento.

Con un Comunicato ufficializzato nel loro sito, "Giovani e Tradizione" e "Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum" hanno espresso il loro ringraziamento a S. Em. il Card. Angelo Comastri, Arciprete della Basilica Patriarcale di San Pietro per il permesso dato ed al personale della Basilica per la collaborazione e il servizio reso alla celebrazione e per l'accoglienza riservata. Una collaborazione preziosa che ha consentito di affrontare al meglio anche l’eccezionale afflusso di fedeli. (Maria Guarini)

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